Olympe de Gouges e i diritti delle donne

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L’attivista francese Olympe de Gouges lottò tutta la vita per i diritti delle donne: nel settembre del 1791 pubblicò la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un documento giuridico sul modello della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Si fidò delle promesse dell’Illuminismo francese, ma a soli 45 anni finì sul patibolo. Eccola la storia di una femminista ante litteram (=prima del tempo) che pagò con la vita per le sue idee illuminate.

Non contenta, nella sua breve vita si batté anche a favore del divorzio e si schierò per l’abolizione della pena di morte e della schiavitù. Insomma, una donna audace e scomoda, che Robespierre riuscì a far tacere (a soli 45 anni) sotto l’affilata lama della ghigliottina. Era il 3 novembre 1793, in pieno regime del Terrore: due settimane prima era stata giustiziata la regina, Maria Antonietta.

Solo di recente è stata riconosciuta come un’antesignana nella storia delle idee. Una donna eccezionale, non solo per il suo lungo impegno politico, ma soprattutto per le sue posizioni d’avanguardia, espresse coraggiosamente.

E di coraggio Olympe ne aveva da vendere. A 22 anni lasciò la città dove era nata (Montauban, nel Sud della Francia) diretta a Parigi in cerca di fortuna. Non aveva rimpianti, si lasciava alle spalle un’infanzia povera e un matrimonio sbagliato con Louis-Yves Aubry, imposto dalla famiglia a soli 16 anni.

E che morì l’anno dopo, lasciandola vedova e con un figlio a carico. Rimasta scottata dall’esperienza, si ripromise di non salire mai più su un altare: il matrimonio si era rivelato “tomba della fiducia e dell’amore”.

Nel 1770 Olympe si trasferì nella capitale insieme al figlio Pierre e a Jacques Bietrix de Rozieres, benestante imprenditore nell’ambito dei trasporti per l’esercito. Grazie alle conoscenze del nuovo compagno riuscì a inserirsi nel bel mondo. La Rivoluzione era ancora lontana e Olympe si lasciò andare ai piaceri che offriva la capitale.

Del resto la sua bellezza non passava inosservata.

A Parigi si appassionò al teatro e alla scrittura. Frequentò artisti, intellettuali, filosofi e scrittori. Ma era conscia dei suoi limiti: sapeva a malapena leggere e scrivere, come tutte le donne del suo tempo e ceto. E questo rappresentò uno dei maggiori crucci della sua vita. Olympe sentiva in sé una vena letteraria, che attribuiva al vero padre: non era infatti figlia del macellaio Pierre Gouze (come risultava all’anagrafe), ma di un uomo di lettere, il marchese Jean-Jacques Lefranc de Pompignan, dal quale non venne mai riconosciuta.

Dal 1784 alla sua morte (nove anni dopo) Olympe scrisse (o meglio dettò) una ventina di opere per il teatro, oltre ad una sessantina di testi politici, opuscoli, manifesti, articoli e discorsi, sempre con forti connotazioni sociali. Già nelle prime opere portò avanti la missione di una vita: sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione femminile.

Nel Mariage inattendu de Cherubin (del 1786) denunciò i matrimoni imposti e l’oppressione da parte di padri e mariti: tutto quello che aveva vissuto sulla sua pelle.

Ma c’era un’altra causa che le stava a cuore, la denuncia della schiavitù dei neri:

“Trattano questa gente come bruti, esseri che il cielo ha maledetto. Un commercio d’uomini! Gran Dio! E la natura non freme? Se sono degli animali, non lo siamo anche noi?”

E ne fece l’argomento di Zamore e Mirza, rappresentata alla Comédie française nel 1785. Alla prima scoppiò un putiferio e il pubblico si divise tra favorevoli e contrari. Il sindaco di Parigi intervenne, dichiarando:

“Quest’opera incendiaria potrebbe provocare un’insurrezione nelle colonie.”

E la fece ritirare dal repertorio.

Olympe fu attaccata su tutti i fronti, accusata di occuparsi di argomenti non adatti ad una donna e criticata per lo stile delle opere, ritenuto troppo diretto. La donna era esasperata e rispose a modo suo:

“Devo ottenere un’indulgenza plenaria per tutti i miei errori che sono più gravi che leggeri: errori di francese, errori di costruzione, errori di stile, errori di sapere, errori di interesse, errori di spirito, errori di genio. In effetti non mi è stato insegnato niente, faccio un trofeo della mia ignoranza.”

Nel 1789 (con lo scoppio della Rivoluzione) le speranze di Olympe si aggrapparono al motto Liberté, Egalité, Fraternité, ma nonostante le molte riforme di stampo illuminista, si respirava poca “uguaglianza” tra uomini e donne. Queste ultime erano ai margini della società, prive del diritto di voto e dell’accesso alle istituzioni pubbliche. Così Olympe (per far sentire la sua voce) decise di inondare di petizioni i deputati, la Corte e l’uditorio. Solo in quell’anno ne pubblicò più di 12. I temi più sentiti erano la richiesta di più ricoveri per anziani e di asili per i figli di operai.

Inoltre intraprese una battaglia sulla mancanza di adeguati standard d’igiene negli ospedali: a Parigi una donna su quattro moriva di parto in seguito a infezioni. Si schierò contro la prigione per debiti e la consuetudine di imporre il convento alle giovani donne senza dote. La stampa spesso commentava con ironia le sue iniziative, irridendola con tutti i tradizionali argomenti di una misoginia dura a morire. Veniva sminuito il suo lavoro e si cercava di farla passare come un’esaltata da cui tenersi alla larga.

Dato che la stessa Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino emanata nel 1789 non conteneva riferimenti alle donne, decise di sopperire a questa mancanza preparando un testo giuridico ad hoc: la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, pensata per ristabilire l’uguaglianza tra i sessi, tema trascurato dalla Rivoluzione. Al primo punto si legge: “La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”, seguito da altri 16 punti. Olympe ne inviò una copia anche a Maria Antonietta, accompagnata da una lettera:

“Sostenete, Signora, una causa così bella, difendete questo sesso infelice, e avrete presto dalla vostra parte una metà del regno.”

Ma la Dichiarazione dei diritti della donna fu giudicata eccessiva e scandalosa: il suo appello cadde nel nulla, tra l’ostilità degli uomini e la totale assenza di solidarietà delle donne che temevano di dispiacere ai mariti da cui dipendevano economicamente. Inutile il richiamo inserito nel testo:

“O donne, donne! Quando cesserete di essere cieche? Quali vantaggi avete ottenuto dalla Rivoluzione?”

In poche si unirono alla sua battaglia e per Olympe fu una cocente delusione.

Nel 1792 la Rivoluzione stava già degenerando nel Terrore. Fu proclamata la Repubblica e iniziò il processo a Luigi XVI. Olympe (da sempre su posizioni moderate vicine ai girondini e contraria alla pena di morte) si propose di difenderlo. L’offerta non fu accettata, ma Olympe la pagò cara: venne accusata di essere filo-monarchica. La situazione politica diventò ogni giorno più insostenibile, così la coraggiosa donna firmò un manifesto (che poi si rivelò fatale) in cui si professava favorevole a un governo federale dove ogni dipartimento potesse scegliere il proprio tipo di governo.

La firma sul manifesto si rivelò un’arma a doppio taglio: era appena stata approvata una legge in cui si dichiarava la Francia “una ed indivisibile”. Per chi si fosse opposto era prevista la pena di morte. Così Robespierre colse l’occasione per farla tacere una volta per tutte. Olympe fu imprigionata per tre mesi a regime duro e ghigliottinata il 3 novembre 1793, dopo un processo-farsa in cui non le fu concesso un difensore. Le dissero:

“Avete abbastanza capacità per difendervi da sola.”

Dopo la decapitazione, il procuratore Chaumette dichiarò:

“Ricordate l’impudente Olympe de Gouges [...], l’aver dimenticato le virtù del suo sesso l’ha condotta al patibolo. Quello che noi vogliamo è che le donne siano rispettate, ed è per questo che le forzeremo a rispettarsi loro stesse.”

 

a cura di Luisa Ramaglia

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